Domande da farti per scegliere al meglio il tuo percorso di formazione
Durante il corso della nostra vita ci interroghiamo su mille argomenti e scelte diverse, in particolare quando dobbiamo (o in teoria dovremmo) decidere cosa fare da “grande”, o come preferisco dire io cosa fare (e basta). Può avvenire nel passaggio dalla terza media al primo superiore, può avvenire l’ultimo anno del diploma, può avvenire durante l’università, ma in generale non c’è un momento “adatto” per farti domande sul tuo percorso che ti porterà al tuo lavoro. Credo che per tutti arrivi quel momento (senza anno o età uguale per tutti) in cui ci si chiede: è questo che vorrò fare? Sto iniziando il percorso giusto? Oppure, quale lavoro voglio fare? Voglio fare questo? Ok, allora vediamo da dove partire.
Quindi, da dove partire?
Credo che la cosa migliore per rispondere alla domanda “Cosa voglio fare (da grande)?” sia paradossalmente porti altre domande. Nel senso, bisogna suddividere questa domanda “top” in altre sotto-domande, che alla fine e insieme ti daranno la soluzione al quesito finale. Le sotto-domande sono le seguenti.
1) Di chi (o di cosa) aveva bisogno il bambino che ero un tempo?
Ho notato che i professionisti migliori spesso sono quelli a cui “il ruolo professionale che stanno svolgendo” è venuto a mancare quando loro stessi ne avevano bisogno. Credo che non ci possa essere persona più attenta alle cure nel suo lavoro di una che per una vita ha cercato quelle “cure” ma invano. E per spiegare ciò si possono fare mille esempi. Professori di oggi che in passato hanno avuto insegnanti “fuori di sé” o che non si sono mai accorti dei problemi personali dei propri alunni; medici e infermieri che salvano vite perché hanno vissuto sulla loro pelle il “dolore” fisico e psicologico di essere pazienti; parrucchieri davvero bravi perché quando erano piccoli nessuno faceva loro i capelli e hanno dovuto imparare a farseli da soli mentre i coetanei più ricchi andavano dal parrucchiere. Eccetera eccetera.
2) Cosa mi piaceva fare?
Ora, che il tuo lavoro ti debba anche piacere è una frase che abbiamo sentito mille volte ma ahimè non SEMPRE finiamo per svolgere la professione che era esattamente quella dei nostri sogni, ma magari ne svolgiamo una collaterale, simile, nello stesso ambiente seppur non con le stesse mansioni. E la facciamo mettendoci il nostro cuore, perché il fatto che (anche solo inizialmente) non assumiamo il ruolo sperato non vuol dire che unendo passione e professione svolta non ne risulti davvero il nostro lavoro dei sogni. Per esempio, il mio sogno era diventare veterinaria, ma non ce l’ho fatta. Tuttavia, lavoro in uno zoo come animal keeper o sono guida turistica nei luoghi di natura esotica all’estero. Ho messo in pratica nella mia professione l’amore che avevo per gli animali. Faccio quello che mi piaceva fare quando ero più giovane.
Un altro esempio, mi piaceva molto spiegare le cose ai miei compagni di classe, magari insegnare anche da adulto non sarà una cattiva idea?
3)Quali adulti osservavo con interesse?
Ti ricordi ancora i racconti che i grandi portavano a casa sul loro lavoro? Ti ricordi questi racconti? Li ascoltavi con interesse? Bhe, forse c’è un motivo sotto.
4)Cosa renderebbe orgoglioso il bambino che ero del me adulto?
Questa è la domanda forse più difficile, perché è difficile rendere orgogliosi se stessi. Questa domanda è inoltre collegata alla prima domanda che ci siamo posti. Pensa, per esempio, a tutte le volte in cui hai detto “quando sarò ricco potrò comprarmi questa cosa”, oppure ” se sapevo come fare lo facevo da solo”, oppure ” ho un problema che non si può risolvere” oppure “non sarò mai come quello lì”. Nella professione che vuoi scegliere, riuscirai a portare a compimento il percorso per ottenere un lavoro, raggiungere una buona posizione e mantenerti economicamente da solo? Magari togliendoti quello sfizio che hai sempre desiderato?(Attenzione, non si tratta solo di scegliere il lavoro in base ai soldi, perché non esiste successo lavorativo spronato solo da quanti soldi si hanno in tasca). Oppure, vorresti fare della tua professione un aiuto per gli altri, magari quell’aiuto che proprio tu non hai mai avuto? Se il bambino che era in te ti vedrebbe svolgere quel lavoro, sarebbe contento? Lo vedi sorridere?
5)In quale ambiente cammino a testa alta?
Sono una gran sostenitrice del mood “quando si fanno le cose bisogna essere a proprio agio”. In casa, come al supermercato, come ad una cena fra amici, come in ufficio. Quindi, immaginiamoci che tu ancora stai scegliendo il mestiere che vorresti fare, pensa ad una lista di mestieri probabili e per ognuno pensa. Per esempio, vuoi fare l’estetista: ma quando tu stessa vai dall’estetista per ora solo come cliente, ti piace l’ambiente fatto di luci forti, l’odore “caldo” della cera, le estetista in divisa, le chiacchiere tra dipendenti e clienti, l’atmosfera in generale? Ti piace il concetto di corpi puliti, massaggiati e senza peli? Non hai paura di quei brevi istanti di dolore? Se sì, è un punto a favore, anche se ricorda che non è tutto oro ciò che luccica: tornando all’esempio appena fatto, in uno dei vari centri estetici in cui farai gavetta prima di trovare quello buono (o aprirtene uno tuo), ti può capitare di lavora con gente che non ti metterà a tuo agio. Ma l’ambiente ti piace, non è un mondo sconosciuto per te, senti che hai attitudine e ogni volta che entri in quel mondo cammini a testa alta… non ti fermare al primo negozio “antipatico”. E la stessa cosa vale per ogni azienda pubblica o privata.
Alla tua professione e alla tua felicità.
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